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L'Editoriale : I RICATTI DELL'OPERA

 

Hanno distrutto l'Opera

di Andrea Marini

  

Potrebbe essere il canto del cigno dell'Opera di Roma questo Rigoletto. Se non formalmente, almeno di fatto. Già parla da sola la decisione di cambiare, a poco più di un mese di distanza, il titolo d'apertura della prossima stagione, cancellando Aida per sostituirla con Rusalka di Dvorák, tanto più quando orchestra e coro - con la lettera di licenziamento in tasca - si erano resi disponibili per mantenere ad ogni costo la programmazione, confezionandosi addirittura i costumi da soli. Il problema è che nell'ambiente musicale – lo ha dichiarato un manager importante – è stato sconsigliato ai direttori di legare il proprio nome all'Opera di Roma.

 Riccardo Muti

L'abbandono di Muti non deve stupire più di tanto. Il direttore napoletano scalpitava da tempo. In questa avventura era stato “tirato per la giacchetta” e certo non aveva accettato con entusiasmo. Per il Teatro si cercava un direttore stabile e, dopo alcuni contatti informali, fu annunciato troppo entusiasticamente - anche dal Sindaco - l'arrivo di Muti, arrivo poi smentito dallo stesso Maestro.  Si cercò, così, di mettere la cosiddetta “pezza” alla gaffe, con Alemanno impegnato in prima persona, spesso al telefono anche durante un pellegrinaggio a Lourdes, per convincere il Maestro. Risultato: solo un impegno di facciata, con la direzione di tre titoli l'anno, a fronte di tante richieste onerose, tra le quali, oltre ai compensi, l'assunzione di alcuni elementi dell'orchestra, l'imposizione di alcuni cantanti a lui vicini, il coinvolgimento della figlia regista, fino alla propria fotografa di scena, ogni volta – non solo per le sue opere -  in trasferta da Milano. Questo senza un reale impegno del Maestro, che a parte nell'ultimo anno con un paio di conferenze su altrettanti titoli, mai si è speso in prima persona, partecipando magari a conferenze stampa o altre iniziative di “traino” per l'Opera.  Al Teatro romano sarebbe servito, invece, un direttore stabile, impegnato in un lavoro quotidiano. Muti lo si sarebbe potuto scritturare, come qualunque altro artista, per lo stesso numero di titoli, ma con meno oneri e – alla luce dei fatti, nell'aria fin dall'inizio – meno risalto negativo.

 Carlo Fuortes

Il vero problema del Teatro è però la struttura amministrativa, con un Sovrintendente, Carlo Fuortes, chiuso in se stesso, che rifiuta di dialogare con chiunque, da membri del consiglio di amministrazione, ai lavoratori. Un personaggio con una fama di manager, a nostro avviso autocostruita. Analizzando i fatti, un percorso costellato di alcuni insuccessi importanti, dall'aver lasciato il Petruzzelli di Bari con un buco milionario, fino all'attuale situazione dell'Opera, dove per un incarico così delicato ha pensato più alle poltrone che all'impegno, visto che ha voluto mantenere pure la carica di amministratore delegato di “Musica per Roma”, fondazione che gestisce l'Auditorium Parco della Musica. Tra l’altro, con sentenza del 1° ottobre scorso, è stata riconosciuta «l’antisindacalità del comportamento posto in essere dalla Fondazione Teatro dell’Opera di Roma il 21 dicembre 2013 (Lago dei cigni, n.d.r.), consisitito nell’utilizzazione delle bande magnetiche registrate in sostituzione degli orchestrali in sciopero».

Certo non depongono a suo favore atti che potrebbero sembrare da “furbetto all'italiana”, come quello, quasi sfrontatamente dichiarata durante una conferenza stampa quando si parlava dell'adesione alla c.d. Legge Bray che prevede, a fronte del ripianamento del debito, la revisione della pianta organica e soprattutto l'abolizione del contratto integrativo. «Nulla toglie di rifarlo uguale», disse Fuortes minimizzando. Ma se lo spirito della norma è quello di rendere meno gravosa la gestione, queste parole suonano come un aggirare la legge, cercando di prendere in giro lo Stato che tra mille problemi finanziari cerca di aiutare le Fondazioni liriche sinfoniche, in difficoltà per anni di allegra gestione. A proposito di Fondazioni “Lirico Sinfoniche”, è singolare – creando un precedente pericoloso - per una di queste come l'Opera licenziare proprio orchestra e coro.... Così, di “lirico-sinfonico” al teatro cosa rimarrà? Solo una costosissima struttura che organizza spettacoli, al pari di tante private, le quali però, al contrario, non ricevono finanziamenti pubblici. Ma questa è un'altra storia.

 

                                                                 Andrea Marini

21 ottobre 2014

 

 

 

 

 

 

Parole e pochi fatti per una struttura

che costa 6 euro l’anno ad ogni romano

Salviamo l’Opera

 

 Parlare dei mali dell’Opera di Roma è come sparare sulla Croce Rossa. Sarà frase fatta, ma purtroppo è così. Facile, ma doveroso, è sparare di fronte a ciò che emerge ed a dati che vengono letti da questo o da quello a proprio comodo, anche senza il minimo pudore: per tre anni si è sbandierato con conferenze stampa e comunicati «il pareggio di bilancio per la prima volta nella storia del Teatro», per poi scoprire che l’Opera stava fallendo, che aveva 28 milioni di debiti, che era al limite di un commissariamento al quale non è giunti solo per motivi politici e di opportunità. Il giorno prima che i giornali uscissero con questi titoli roboanti, a nostra diretta domanda all’ufficio stampa cadevano dalle nuvole … tutte chiacchiere. Questo nonostante il Teatro lo scorso anno ricevesse dal Campidoglio, come contributo annuale, 20 milioni di euro, come dire che l’Opera di Roma - come in nessun altro comune d’Italia - costa ad ogni cittadino, anche a colui che detesta la musica, (calcolando per eccesso i romani in 3 milioni e mezzo) ben quasi 6 euro (5,7) l’anno, neonati e moribondi compresi. Venti milioni a fronte – come lamenta l’assessore alla cultura Flavia Barca – «di soli altri 3 milioni per pagare tutto il resto delle attività culturali in una città come Roma» che di cultura dovrebbe vivere. Si può così ben capire che, pur amando visceralmente l’opera lirica, ciò in questi tempi non è possibile, non è morale e neppure è giusto. «L’Opera – come ha sottolineato Valerio Cappelli,  valente critico del Corriere della Seraresta un corpo estraneo alla città, una nicchia che produce poco e costa tanto». Per questo ora noi ci offriamo di pubblicare - al fine di mettere lettori, spettatori ed abbonati di fronte alla realtà - notizie ed anche documentazioni che ci giungano (da noi ovviamente verificate) che dimostrino sprechi e situazioni paradossali.

In tutto ciò, ora il Teatro con il nuovo Sovrintendente Carlo Fuortes, giunto come pacco natalizio a fine dicembre, ha deciso di aderire al cosiddetto decreto “Valore Cultura”, decreto che ha stanziato 75 milioni per salvare le fondazioni lirico-sinfoniche. Ma il Sovrintendente in conferenza stampa si è dimenticato di dire che i soldi ricevuti sono un prestito, anche se a lungo termine. Il decreto prevede due clausole: l’annullamento del contratto integrativo e la revisione della pianta organica con una riduzione fino al 50% del personale tecnico-amministrativo, facendo dunque salvi, ovviamente, orchestra e coro. Qui, però, di vere ristrutturazioni non se ne parla, o perlomeno non si vedono, se non il licenziamento di una ventina di ballerini. Sempre in conferenza stampa Fuortes ha dichiarato: «il contratto integrativo va annullato, fermo restando che nulla toglie di rifarlo uguale». Prima di sgranare gli occhi, abbiamo risentito le parole registrate. A noi pare - ma ci potremmo sbagliare (??) - che tale dichiarazione o eventuale comportamento in tal senso vada un tantino al di la dello spirito del decreto che nella logica imporrebbe di far calare le spese, e ciò ci meraviglia quando detto da una persona la quale vorrebbe farsi passare per manager e che in forza di questo continua a ricoprire il ruolo di commissario al Petruzzelli di Bari ed Amministratore delegato a Musica per Roma, ovvero all’Auditorium, la quale non appare proprio altra piccola struttura e dove non ci sia nulla da fare. 

In questo mare magnum, uno degli anacronismi che balza agli occhi è, per esempio, la cosiddetta “Indennità Caracalla”, ovvero un gettone (pure sostanzioso) percepito da tutti indistintamente i dipendenti del Teatro - anche quelli che a Caracalla non mettono piede - quando è in corso la stagione estiva. Ciò accade pure in altri teatri, ma è solo un esempio. Dunque, esprimendo tutta la nostra solidarietà ai lavoratori, molti dei quali sono vere ed uniche eccellenze artigiane che si tramandano mestieri antichi, eccellenze non sfruttate (si acquista fuori piuttosto che produrre internamente anche se il personale è comunque pagato, lamentano molti di loro), forse qualcosa bisognerebbe cambiare. Da una parte (quella dei lavoratori) di fronte al rischio del posto non si può rimanere attaccati a privilegi antichi che in questi tempi non facili diventano anacronistici e ci fanno tornare alla mente i piloti Alitalia che mentre la compagnia falliva si erano irrigiditi sul mantenimento dell’auto che li andava a prendere a casa. Dall’altra, alla luce di comportamenti e dichiarazioni forse ci vorrebbe davvero un commissario, altrimenti salta alla mente l’amara frase di Tancredi nel Gattopardo: «cambiare tutto per non cambiare nulla».

                                                                                                                    Re. Gio.

 

 


Teatro dell'Opera di Roma

Stagione 2017/2018

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ASPETTANDO LA NUOVA STAGIONE

 

Apertura della stagione:  12 Dicembre 2017

La damnation de Faust

Leggenda drammatica in quattro parti

Musica di Hector Berlioz

Libretto di  Hector Berlioz e Almire Gandonnière
da Johann Wolfgang Goethe tradotto in francese da Gérard de Nerval

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Direttore: Daniele Gatti

Regia: Damiano Micheletto

NUMERI ARRETRATI
RUSALKA
RIGOLETTO 2014
CARMEN 2014
elenco totale ....
 
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