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Intervista all'attore Filippo Timi

in scena con LA VITA BESTIA teatro Piccolo Jovinelli di Roma fino al 5 novembre 2006

di Alice Calabresi

 

Decido, dopo aver visto il suo spettacolo La Vita Bestia al Teatro India di Roma, di andare a intervistare Filippo Timi, autore e attore del testo, ma anche poeta e scrittore (ha interpretato le sue poesie in vari Slam Poetry e pubblicherà presto un romanzo con Fandango). La critica lo ha già segnalato per la forte carica comunicativa, la scioltezza nell’uso del corpo, la sensibilità ritmica e, più in generale, per la sua presenza scenica in ruoli anche molto forti, sia in teatro (dove ha lavorato, tra l'altro, col Teatro della Valdoca e con Barberio Corsetti) che al cinema, tant’è che a 31 anni ha già vinto il Premio Ubu come “miglior attore under 30” nel 2004 e il Premio della Critica Teatrale 2003-2004.
La Vita Bestia è uno spettacolo piuttosto forte, intenso, poetico, sentito fino in fondo, anche perché racconta proprio della sua vita, della sua famiglia, del suo piccolo paese umbro: i compagni di scuola, le prime esperienze d’amore e di sesso e le prime delusioni. Una normalità elevata ad arte nel suo raccontarsi con ironia e mettersi in gioco completamente.
Conoscerlo di persona mi ha confermato la sua generosità; mi ha colpito il suo stupore infantile e insieme “filosofico” di fronte al mondo, alle persone, perfino rivolto alle stesse parole che pronuncia. Sembra proprio che quello che ha vissuto gli abbia scavato un’umanità profonda, che è poi quella che fa la differenza nel recitare. Laura Betti, grande attrice e cantante scomparsa di recente, diceva che per lei recitare era esistere. Come hanno detto anche altri “grandi”, la differenza tra essere e recitare non esiste, nel senso che la fatica è proprio essere e non imitare. Filippo Timi, tanto più perché ne La Vita Bestia mette in scena la sua vita, esprime una “verità” profonda e vederlo fare teatro sembra quasi un’espressione naturale del suo corpo…

Com’è che fai teatro? E quando è avvenuto quest’incontro?

Molto casuale, ho accompagnato un amico a un’audizione per il centro Grotowski di Pontedera e hanno scelto me. Ho accettato di far teatro perché mi pagavano, per andar via da casa, se mi avessero detto che c’era da imbiancare, l’avrei fatto. È diventata una scelta un po’ dopo, quando ho capito che si potevano dire delle cose, ma a teatro è molto raro riuscirci.

Fai cinema, poesia, teatro, ti pare questa una forma di comunicazione privilegiata?

Assolutamente si, è straordinaria, perché è l’unica arte in cui si è a tu per tu, proprio; tu (nel migliore dei casi artista) stai davanti all’uomo, quindi è molto più forte che il cinema, che la poesia. Puoi creare uno spazio, immergerti, tu attore, in uno spazio, è tutto più grande… è qualcos’altro. La poesia invece è fantastica, perché te la porti a casa, il cinema è meraviglioso, perché tra le forme artistiche e comunicative è quella supercomplessa.

Ma tu preferisci esprimerti con il teatro?

Non proprio… è quello che finora mi fa mangiare, mi fa lavorare, esaudisce, visto che ho una vita privata da suora di clausura, (sto molto per conto mio, pochissimi amici, pochissime fidanzate), una certa spinta erotica, perché sono molto erotico, cioè, ho un corpo che veramente mi autoesprime: desideri, fame, voglia e mi faccio queste orge plateali… per me fare uno spettacolo è molto sessuale, nel senso alto, del rito, è amare, far l’amore.

Proprio nel comunicato che hai scritto per lo spettacolo parli di amore tra un uomo e una donna, mentre in passato hai parlato dell’amore in senso lato: uomini, donne… in che senso?

Sono passati messaggi che sono percorsi della mia vita, figurati a 17 anni facevo il ragazzo-cubo in discoteca, proprio uahh.. l’apertura totale. Invece in questo spettacolo sto riprendendo la maschilità dei sentimenti che non significa per forza un’ etero-sessualità. Ora le donne sono complesse, sono semi-perfette di loro, difficilissimo poi affrontarle; gli uomini invece sono molto pigri e secondo me devono rimettersi i pantaloni, riappropriarsi delle proprie fragilità, ma al maschile.

Bisogna che si rimodellino dei ruoli nuovi, siamo in una fase di ricerca...

Bisogna sbrigarsi, io ho 30 anni, oh! No?..

La danza e l’acrobatica quanto sono importanti nel teatro?

Sono fondamentali. Non si parla solo con le corde vocali, ma con tutto il corpo. Io faccio acrobazie con l’anima e mi da un piacere enorme farle anche col fisico, è come essere più totali nel fare l’amore, ballare e avere la maestria di fare un salto mortale, fare l’amore e riuscire a toccare un sentimento articolato è... è bello, apre una possibilità. Non mi interessa vedere un salto mortale puro che non dice un cavolo, è più interessante far fare i salti mortali all’anima.

Com’è nato lo spettacolo?

Perché uno scrittore, Edoardo Albinati, che sarà coautore del romanzo, casualmente, sbirciando tra i miei file, ha letto delle cose che avevo scritto sulla mia famiglia e mi ha detto: "ci sono molti diamanti in questa miniera!" Sai come Radiguet ha scritto Il Diavolo in corpo? Era amante di Jean Cocteau ed è stato rinchiuso da lui per tre mesi, in un albergo sul mare; per fortuna io e Albinati non siamo amanti, siamo amici; mi ha detto : "se vuoi scrivere il tuo primo romanzo lo devi fare entro i 30 anni". Insomma mi ha un po’ costretto. (Timi pubblicherà prossimamente il suo romanzo con Fandango n.d.r.)

In un film che hai fatto, Rosatigre, avevi più ruoli: eri coautore della sceneggiatura, hai collaborato alle musiche, ai costumi. In questo spettacolo quanto c’è di tuo rispetto alla regia di Giorgio Barberio Corsetti?

In questo, molto, ma Giorgio è stato fondamentale, ha un occhio esterno, compositivo, straordinario, con lui basta una mezza parola, riesco a dirigermi dove lui sente, è una collaborazione.

Trovo la scelta delle musiche molto sofisticata.

Si, sembra banale, ma è importante riuscire a mettere Claudio Baglioni, senza svaccarlo, prenderlo in giro.

Infatti quando c’è la sua canzone dici veramente “vai claudio!”

Ma certo, perché a 16 anni, Baglioni è vero. Perché dovremmo autoingannarci e ingannare il pubblico? Se ci immaginiamo Shakespeare, non credo che scriveva cazzate. Allora perché io devo, solo per avere un’idea nuova, autoilludermi di dare un messaggio che non sento mio. Non tutti possono fare Amleto, Carmelo Bene lo poteva fare e l’ha fatto, come non tutti potevano scrivere Amleto, infatti c’è riuscito Shakespeare, come ci sono riusciti anche Cechov (ne Il gabbiano Konstantin Gavrilovic è Amleto), Bernard-Marie Koltès che ne La nuit just avant le fôrets ha scritto, tra virgolette, un suo Amleto e così anche Heiner Müller. Altri scrittori non potevano scriverlo e la stessa cosa alcuni attori non lo potranno mai fare.

Bisogna avere l’onestà dei propri limiti?

L’onestà di capire di che natura sei, perché magari puoi fare altre cose e poi se sei vero con te stesso puoi arrivare a fare Amleto. Molti attori non si pongono delle domande vere, esistenziali; si domandano come fare, come riuscire a essere… il signor Petrolini fece un Amleto, farsesco straordinario, che Carmelo Bene riprese assolutamente. Molti attori vogliono essere intellettuali, invece bisogna essere originali, ma in un senso: se stessi.

Come hai lavorato come attore sul testo, con le improvvisazioni?

In questo caso fino a un certo punto, il testo esisteva già, è come dirlo che mancava. Il lavoro sulle improvvisazioni per creare il personaggio è come ha fatto Brunelleschi quando ha costruito la cupola grande: fai un pezzettino di cupola poi ti fermi, fai il piano per fare quello dopo, autoportante. Come incipit butto giù delle frasi che mi danno un’idea del personaggio poi da quel personaggio improvviso sul testo e vado avanti.

Questo in generale, mentre in questo caso?

Ho provato ad innalzare la mia famiglia al livello poetico, ecco: Gertrude è mia mamma. Se avessi fatto Amleto, nel personaggio di Gertrude ci avrei messo lo sguardo di mia mamma. In questo caso ho fatto l’operazione contraria, ho preso Gertrude e l’ho vestita da mia mamma. Il risultato è qualcosa che appartiene al mondo, non più a me, cioè quell’inferno di donna non è più mia mamma, è qualcos’altro, anche perché semplicemente mia mamma non sarebbe così interessante, in senso bello, come chiunque.

La tua interpretazione si può definire tutto il contrario di aulica e anzi molto ironica. Cosa pensi dell’ironia nel teatro?

Aristotele definisce l’uomo: un animale che ride, il maggior pathos è ironico. Il dramma a me piace molto come se lo figura Shakespeare; Florenskij, filosofo russo, diceva che Amleto è un personaggio drammatico, perché ha una fine inellutabile, non potrà che finir male. Il sorridere è soltanto uno sguardo più cosciente, è chiaramente un sorriso amaro, un sorriso che si piange, un sorriso cinico, malefico, arrabbiato. E’ molto umano il sorriso, quindi se devo interpretare un personaggio umano, non posso che sorriderlo, non tutti i personaggi sono umani.

Qual è un personaggio disumano?

Anche Konstantin Gavrilovic de Il gabbiano; la sua finalità è il teatro e non l’umanità. Sempre ne Il gabbiano Medvenko è molto umano, Kostantin e Arkadima invece sono il teatro.

Il teatro non è umanità?

Non sempre, specialmente in Cechov, ci sono moltissimi personaggi che riferiscono le loro emozioni, le loro parole, i loro movimenti proprio al teatro, all’arte, a quell’altro mondo, inteso quasi come arte, come il “miracolo”. Quando ho lavorato a Il gabbiano con Antonin Milenin, regista russo molto bravo, era straordinario, perché in realtà nel dramma non c’è nulla di psicologico.

Konstantin ne Il gabbiano non ha un malessere esistenziale?

Non c’entra nulla il malessere, non esiste malessere nel “miracolo”, i russi sono straordinari, perché hanno una visione totalmente altra da noi, hanno un senso spirituale molto alto; anche Stanislavskij non parla tanto di psicologia, qua però si apre un capitolo a parte sull’attore creativo, lasciamo stare.

C’è una ricerca di una tua “verità” nel teatro?

Si, una verità stellare; sto per fondare una mia filosofia teatrale che è teatro-magia, cioè è importante e raro arrivare a parlare della parte stellare dell’essere umano.

Che intendi?

Mi sono accorto che nell’essere umano esiste una parte cosmica che io chiamo stellare; questo mi venne in mente quando facevo Il Paradiso con Giorgio Barberio Corsetti in cui mi ero ripromesso di non recitare al pubblico, ma alle stelle, attraverso il pubblico, proprio come i bimbi... questo dava… figurati… son segreti, però adesso mi accorgo che è vero, non si può amare in maniera piccola un essere umano…

Il tuo è uno spettacolo molto denso di sentimento. Pensi che si sia persa nel teatro la dimensione del sentimento a favore di un teatro piuttosto intellettuale?

Si, chiaramente. Io voglio vedere in scena le tigri, attori-tigri, mostri-animali, anche animali mostruosi per umanità, apparentemente imprevedibili.

C’è uno scollamento tra attore e spettatore?

Si, perché abbiam paura, di tutto…

Chi ti piace nel teatro di oggi?

Carmelo Bene, o meglio, mi piace la Societas Raffaello Sanzio, Danio Manfredini, però se devo essere puro Carmelo Bene e basta.

Cosa vorrai fare col teatro e non solo?

Una trilogia, ci saranno altri due spettacoli, non solo monologhi, ma ancora non so, sto scrivendo. Cerco di esprimere ciò che sento, la filosofia è molto importante per me, soprattutto quella contemporanea; sono un amante di Jean-Luc Nancy, Gille Deleuze, Paul Virilio, la sua Estetica della sparizione è straordinaria. Non mi vieto nessuna strada, dal fare un libro di fumetti, so disegnare o non so disegnare: è uguale, imparo, oppure mi metto a fare arazzi, mi faccio un telaio gigante e ci lavoro per un anno; per fortuna sto smettendo di lavorare solo per mangiare.

Cos’è teatro?

Per me è teatro quando mi arriva qualcosa; il primo spettacolo che ho visto della Societas Raffaello Sanzio era Amleto, sono uscito sconvolto, era straordinario: il personaggio dello spettacolo era totalmente chiuso al pubblico, perché giocava sull’autismo, però questo non toglieva una comunicazione… io se vedo un pensiero, percepisco una cosa, se mi piace, è teatro.

Alice Calabresi


Teatro dell'Opera di Roma

Stagione 2017/2018

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ASPETTANDO LA NUOVA STAGIONE

 

Apertura della stagione:  12 Dicembre 2017

La damnation de Faust

Leggenda drammatica in quattro parti

Musica di Hector Berlioz

Libretto di  Hector Berlioz e Almire Gandonnière
da Johann Wolfgang Goethe tradotto in francese da Gérard de Nerval

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Direttore: Daniele Gatti

Regia: Damiano Micheletto

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